Ho imparato che al mondo esistono anche delle persone talmente diverse da me da non poterle nemmeno immaginare e sono morta a me stessa e al mondo così come li avevo fino ad allora immaginati, quando il mio compagno per più di dieci anni, nonché quello che avevo riconosciuto come il mio amore maturo e il mio grande amore della vita mi ha lasciata.
E’ successo due anni fa, alla soglia dei cinquant’anni e pochi giorni dopo essermi finalmente laureata – un obiettivo che avevo congelato per venticinque anni, abbandonando la mia tesi di laurea in filosofia per mettere su famiglia nel contesto di una scelta di vita più grande che comprendeva un matrimonio e una azienda agricola in un podere sperso nelle colline senesi.
Venticinque anni e il matrimonio fallito dopo, il mio compagno mi ha lasciata, dopo più di dieci anni di promesse di una vita insieme e di assicurazioni che il nostro fosse un amore unico e necessario, e nonostante quello che avevamo aspettato per tutto quel tempo si stesse finalmente verificando: anche l’ultimo dei miei figli si avviava a lasciare il nido, avendo finito le scuole superiori, e tutti e tre si trovavano impegnati in un progetto che, per la prima volta da quando ero diventata mamma venticinque anni prima, li avrebbe tenuti lontani da casa per quindici giorni. E’ così che invece mi sono improvvisamente trovata totalmente da sola a casa, in caduta libera dall’altezza vertiginosa della condizione opposta in cui per tutti gli anni precedenti avevo creduto di essere, ovvero che la presenza dei miei figli ostacolasse la convivenza mia e del mio compagno. Prima non sapevo come trovare il tempo e lo spazio per compagno e figli; ora c’era solo il vuoto, intorno a me.
C’è voluto tempo per capire che quel vuoto e che quella solitudine erano gli stessi in cui mi trovavo anche prima, all’interno della mia relazione sentimentale. C’è voluto tempo per smettere di considerare una presenza da lontano, una presenza per messaggio – e per indottrinamento – l’unico vero modo di essere presenti, o di amare. C’è voluto tempo per deprogrammarmi, resettarmi; lasciare andare tutto ciò che mi era venuto istintivo e aveva costituito la mia spontaneità per anni, e accettare il nulla che restava, o quasi – perché a volte c’era il marcio, la scomodità del non sapere dove volgermi, del ritrovarmi incapace di vivere materialmente e di desiderare di farlo -.
Lentamente ho ricominciato a sentire qualcosa di diverso dal dolore, mi sono concessa di gioire di qualcosa senza subire subito gli effetti di un imprinting spietato in cui gioia e dolore si sovrapponevano completamente. Per molto tempo ancora ho continuato a vivere solo in virtù dell’amputamento di me da me, di una chiusura totale degli occhi su tutto ciò che mi aveva riguardato nel più profondo e che avevo ritenuto vero.
Ora riconosco una funzione anche in così tanto smarrimento e non-senso apparente: dovevo mappare delle terre inesplorate, da me, fino a quel momento. Dovevo vedere in azione modalità che non avrei mai potuto immaginare e che lì per lì mi hanno scioccata, letteralmente. Dovevo toccarle con mano, per poterle credere e per avere una più esatta conoscenza del mondo in cui tutti quanti ci muoviamo. Solo due anni fa, a cinquant’anni, ho avuto la forza per affrontare questa discesa agli inferi. E l’ho fatto mio malgrado, perché era il mio destino. Ora vedo meglio dove mi colloco e meglio mi oriento lungo il mio cammino.