Quando dico che si può, diciamo così, riscrivere la storia in positivo, rileggerla e riscriverla, e che farlo tempestivamente è tutto quel che serve, intendo che, per esempio, tutta la storia del podere del mio ex marito e mio, litigate comprese, può semplicemente essere interpretata come la risposta al nostro, del mio ex marito e mio, primigenio interrogativo su come allevare i nostri figli in un posto così incantevole, senza farli vivere fuori dal mondo. E’ come se avessimo incarnato l’esigenza che io mi allontanassi con i nostri figli dal paradiso in terra, attraverso i nostri disaccordi, in modo tale da poter far vivere loro, al tempo opportuno, anche il mondo fuori da lì, affinché poi potessero tornare, e forse restarci, in un modo sicuro, sano, per scelta – come si addice loro: a Jolanda, che deve il nome a mia nonna, un vero Angelo ispiratore; a Irene, la Pace; a Giordano, la forza dell’Arrendevolezza. Essi stessi sono una parabola di verità e bellezza, ora che sono grandi come quando erano piccoli, paffuti e irresistibili-. E questo è solo un esempio, naturalmente, perché poi questo procedimento può essere fatto allo stesso modo per tutto. Ad esempio, per il fatto che mia mamma abbia lasciato il luogo in cui ha vissuto per tutta la vita.
Quello che apparentemente non funziona può sempre essere preso come una beffa del destino, oppure come l’invito a ricordarsi costantemente che tutto quanto dipende dal nostro declinarlo o meno positivamente. La paura di essere felici, o una specie di timore reverenziale, di scaramanzia; non osare pensare che tutto possa andare per il verso giusto; tutto questo è soprattutto non aver capito che la luce o la positività accadono comunque, indipendentemente dal fatto che lo si capisca oppure no e che quindi ci si muova nel senso della luce oppure no. L’incedere fiduciosi è possibile e anzi auspicabile e doveroso, perché esiste una verità ultima delle cose.
Tutto questo mi fa sentire il grande privilegio e la grande fortuna di essere quel che sono proprio ora. E’ come se, dal 2019 – ma in realtà nel corso di questi ultimi trent’anni -, non avessi fatto altro che sempre allenare questa facoltà di vedere positivo – compreso, nel 2022, quel grande gancio nella mia personale linea temporale costituito dal momento in cui ho pensato: “Che bello poter chiudere il capitolo della laurea tornando al punto in cui l’ho sospesa e che brutto non poter fare lo stesso con il mio matrimonio!” e, immediatamente dopo, ho visto il mio desiderio accontentato, con lo svanire della mia storia d’amore di allora. Perché a quel punto sì, che ho dovuto smettere di raccontarmi che il mio matrimonio era finito perché io potessi vivere l’amore vero! C’erano ben altre ragioni che dovevano in qualche modo far crollare questa dualità nella mia rappresentazione degli eventi, la polarità che io avevo instaurato tra il mio ex marito e il mio compagno di allora, o comunque tra due storie d’amore: potermi raccontare che da sempre prendo l’unica strada percorribile che mi permette di uscire dalla zona di confort per arrivare dove devo arrivare e che ora è il momento di farlo sapendo di farlo.
Altrimenti, è come se l’aspettativa di gioia fosse sempre sul piano materiale, come se accettare una prospettiva positiva fosse in qualche modo legato alle gioie terrene, a piaceri effimeri; e viceversa che ogni piccolo ostacolo venisse vissuto quasi come una punizione o un dispetto del destino o di un’entità che deve impartire un insegnamento. Mentre si può solo abbandonarsi o meno, fiduciosi, a un senso ultimo delle cose che tutto comprende, assecondando, quindi, o meno il destino o corso degli eventi. Trovando, nell’assecondare questi, qualcosa che si può definire un senso di pace, gioia o felicità che va molto oltre la felicità indotta dai beni terreni, da cause contingenti terrene (e dunque da questa differisce anche molto); e, nel fatto invece di contrapporsi al senso delle cose, quello che si può dire che vada molto vicino a un senso di insoddisfazione o di infelicità. Ecco, è tutto qua.
La materia deve venire facile, riuscire, solo perché siamo qui per questo. Le difficoltà arrivano e ci mettono in contatto con la terza dimensione: l’altezza, o la profondità. I tempi ora sono maturi perché tutto quadri.
Io con il mio compagno ora sono quello che il mio ultimo ex avrebbe potuto essere con me. Sono già la mia versione del mio ex, quello che avrei voluto che lui fosse con me, non ho bisogno di fare altro, niente di diverso da quanto sto già facendo: ri-raccontare la mia storia positivamente prima che sia finita, mentre ancora la vivo, è tutto quel che serve e è un’opera d’arte.
Perché perdersi a chiedersi perché certe cose capitano – trovare lavoro, ma non essere mai messi in regola, ad esempio -? Capitano perché non sono ciò che dobbiamo fare. Altre strade si aprono nello stesso momento e sono quelle che vanno viste e seguite.